Modelli

Modelli della Programmazione Neuro Linguistica (PNL)

La sua vita: le origini
Virginia nacque il 26 giugno 1916 nella fattoria dei genitori a Neillsville, in Wisconsin, Stati Uniti.
La famiglia di origine proveniva dalla Germania. Il padre era il più giovane di tredici figli, era un contadino ed aveva avuto una scarsa educazione familiare, per questa Virginia dirà “Io penso che mio padre si sia sentito sempre tradito per questo motivo”, forse Virginia faceva riferimento alla dipendenza dall’alcol del padre.

Della madre, invece, Virginia ricorderà: “La ricordo come una persona che cercava sempre di riparare le cose che si erano rotte” – “Penso che questa sia una delle ragioni per cui ho successo con persone con cui nessuno ha voluto avere più a che fare. Ho visto in loro il potenziale. Me lo insegnò lei.”
Virginia era la maggiore di cinque figli e come primogenita sentì il senso di responsabilità per i suoi fratelli e sorelle.

La sua carriera (1936 – 1988)

E’ difficile riassumere l’iter professionale di Virginia Satir che cominciò come ambiziosa insegnante e si sviluppò in quello di terapeuta e “trainer” conosciuta e riconosciuta a livello internazionale.
Dopo la laurea, V. incominciò la pratica terapeutica nell’assistenza sociale ed incontrò la sua prima famiglia nel 1951. Quando ricordava questo primo incontro, V. sottolineava l’importanza di vedere le famiglie il più possibile nel loro quadro d’insieme.

Virginia ottenne un grande successo come terapeuta nella pratica privata, ma anche come consulente nelle scuole ed altri enti. La sua era una capacità a lavorare con gli altri, anche i più difficili.
V. si trasferì in California dove con Don Jackson e Jule Riskin fondò il Mental Health Research Institute a Menlo Park. Nel 1962 il MHRI, con un contributo governativo, cominciò il primo Corso di formazione nella Terapia familiare, sotto la direzione della Satir. Jule Riskin ricorda: “Era estremamente creativa, potente e dotata di carisma. Aveva un dono naturale nello sviluppare nuove idee, ma non era interessata nei dettagli del fare ricerca. Era geniale. Ho fatto la mia prima esperienza nella terapia familiare come co-terapeuta con Virginia.
Era come essere seduti fuori su un jet in velocità. Era“elettrizzante
”.
Nell 1964 V. incominciò a frequentare l’Esalen Institute in California. Era emozionata riguardo alle opportunità di lavoro e studio che c’erano là, tra cui anche la meditazione e il lavoro corporeo e quella di sentirsi liberi di scoprire e provare nuove idee e nuovi strumenti. V. divenne uno dei primi responsabili dei Corsi di formazione, supervisore dei Programmi di Sviluppo del Potenziale Umano.
Nel 1964 la Satir pubblicò il suo primo libro “Terapia familiare congiunta”, a quello seguirà nel 1972 “Peoplemaking”, [da qualche anno tradotto anche in italiano con il titolo “In famiglia…come va?”, editrice Impressioni grafiche (AL), ndr]. La notorietà di V. crebbe con i suoi libri, i training che organizzò ed i suoi metodi d’insegnamento. Fu considerata tra i pionieri della terapia familiare ed era sempre più richiesta non solo negli Stati Uniti, ma anche all’estero.
Ricevette per la sua opera il Service Award da parte dell’Associazione Americana di Terapia familiare e nel 1973 il Dottorato (PhD) ad honorem da parte dell’Università del Wisconsin.
I suoi workshop e le sue presentazioni avevano il potere di tenere la gente come “incantata”, mentre apprendevano cose pratiche circa sé stessi, la comunicazione, la vita in famiglia e in comunità.
Il suo humour, la capacità di creare immagini e costruire “skits” (sorta di rievocazioni/role-playing, differenti dallo psicodramma, ndr) e role-playing riuscivano a portare in superficie i sentimenti delle persone.
[Fonte: Avanta – The Satir network]

Un inguaribile ottimismo

Virginia Satir ha incontrato più di tremila famiglie, cioè più di diecimila persone. Incontri con una coppia, una famiglia, la famiglia allargata, o diverse famiglie in seminari di una settimana, con contatto continuo, ventiquattr’ore su ventiquattro.
Nel corso della sua pratica, col susseguirsi degli incontri, si è ispirata a diverse scuole, soprattutto ai ricercatori di Palo Alto e alla Gestalt ed ha sviluppato una terapia molto personale.
Virginia si colloca all’interno del movimento umanistico. La famiglia è il luogo essenziale di crescita delle potenzialità umane, poichè in essa si forma la persona nella sua duplice dimensione individuale e sociale.
Le famiglie sono le unità sociali di base, per cui, aiutandole a svilupparsi, si fa progredire l’intera società.
Secondo la Satir le conoscenze recenti della psicologia costituiscono una favolosa opportunità per l’umanità: grazie ad esse quest’ ultima potrà entrare in una nuova fase più pacifica della sua storia, una fase in cui l’essere umano sarà più rispettato che in passato.
Per comunicare il suo messaggio di ottimismo assoluto ha tenuto seminari in tutto il mondo, compresi i paesi dell’Est europeo. Se questo messaggio può sembrare contestabile, le ha tuttavia permesso di dare la speranza a migliaia di famiglie e di terapeuti.
Chi legge le sue opere si sente migliore e meno complicato.
[Dominique Megglè, Psicoterapie brevi, Red edizioni, Como, 1998]

La testimonianza di chi ha tradotto “New peoplemaking” e le “Meditazioni” in italiano:
Il “contatto” con Virginia Satir

A Milton Erickson è riconosciuta in campo internazionale la fama di massimo esponente dell’ipnosi medica.
Erickson ha scritto più di cento articoli professionistici in tema di ipnosi, che ha studiato e praticato fin dal 1920.
In questo campo è riuscito più di ogni altro a esplorare e dimostrare le enormi potenzialità che l’ipnosi può offrire all’umanità.
Le sue capacità hanno sconcertato il pensiero scientifico ed è tipico che i suoi risultati vengano considerati come miracoli o denunciati come impossibili, benchè l’esperienza di prima mano ci presenti quest’uomo come una realtà innegabile, in lampante contrasto con quanto, per la maggior parte della gente, la mente umana è in grado di compiere. Per di più pochi tra i suoi allievi hanno imparato a esercitare le capacità ipnotiche di cui Erickson si è servito con tanta facilità.
Il comportamento manifestato da Milton Erickson, tanto nell’induzione quanto nell’utilizzazione degli stati di consapevolezza ipnotici, è estremamente complesso. Eppure è estremamente sistematico; ossia segue certi schemi distintivi.
Noi abbiamo la capacità di costruire dei modelli espliciti del comportamento umano complesso.
Ciò significa che costruiamo delle mappe di questi schemi di comportamento complessi, mappe che consentono poi ad altri di apprenderli e di usarli
[Bandler & Grinder, “I Modelli della tecnica ipnotica di Milton Erickson”, Astrolabio, 1984]
Bio & Carriera
1904: Nasce il 6 maggio a Slawuta (Slavuta) in Ucraina. Poi la sua famiglia trasloco’ a Baranowitza/Baranovici che agli inizi del 1900 fece parte prima dell’impero russo, poi della Polonia e in seguito dell’USSR (oggi si trova in Bielorussia).
Suo padre era un mercante di legnami.
Sua madre era considerata una delle colonne della grande comunità ebraica di Baranowitz. Quando si trasferì a Tel Aviv era molto considerata dai profughi connazionali.
1918: All’età di 14 anni, è in corso la prima guerra mondiale, si trasferi’ in Palestina: il viaggio fece, per lo più a piedi, durò quasi 6 mesi.
Lì frequentò parte della scuola media presso un kibbutz dove avevano ideato un programma di studi particolare in cui durante la prima sezione si insegnavano tutte le materie scolastiche: come filosofia e matematica con una visione del mondo integrata. Dopo il diploma si accedeva ad un’altra sezione in cui si studiavano le stesse materie, specialmente storia, filosofia e scienze, da un altro punto di vista ugualmente integrato. Il punto di vista della seconda parte del programma era in conflitto con le credenze della prima parte. Poi c’era una terza ed ultima sezione ed anch’essa aveva una visione del mondo integrata che abbracciava tutte le materie, e vi si trovavano delle idee che si escludevano a vicenda con quelle delle prime due sezioni. Questo creava molta confusione. L’intento della scuola era quello di far sì che una volta diplomati gli allievi non prestassero fede ad alcuna autorità e fossero in grado di vedere ogni situazione da punti di vista diversi.
In seguito Moshe Feldenkrais spinse quest’idea così lontano da usarla come compenente fondamentale nella creazione del suo metodo.
Aveva l’abitudine creare controversie su ogni punto di vista. Non si poteva mai essere sicuri di niente. Le sue lingue materne erano: lo yiddish, l’ebraico e il russo, ma parlerà correttamente anche inglese, francese e tedesco.
Nei successivi 10 anni visse a Tel Aviv che, a quell’epoca era costituita da una comunità relativamente piccola di coloni ebrei. Lì studiò, lavorò come insegnante privato e di sostegno, come manovale nei cantieri edili costruendo strade e case. Coltivò la passione per lo sport, imparo’ le arti marziali (in particolare jujitsu) come autodifesa.
Intorno al 1924 giocando a calcio da terzino sinistro si lese gravemete i legamenti crociati del ginocchio sinistro.
A 23 anni si diplomo’ e comincio’ a studiare matematica . Si iscrisse all’Università. Lavoro’ per 5 anni per il Dipartimento topografico facendo i calcoli per le mappe (agrimensore e cartografo).
Nel 1928 è a Parigi .
L’anno successivo fu pubblicato a Tel Aviv il suo primo libro “Jujitsu e autodifesa”.
É il periodo in cui cresce il suo interesse per le tecniche di autodifesa (le continue tensioni tra arabi e ed ebrei le rendono utili).
Si interessa di psicologia: in particolare alla filosofia sull’automiglioramento di Emile Coué creatore del metodo di autosuggestione cosciente che porta il suo nome.
Nel 1933 si laurea in ingegneria meccanica ed elettrica . Consegue poi un dottorato in fisica alla Sorbona. Si dedica successivamente alla ricerca come assistente accanto a Frederic Joliot Curie e Paul Langevin. Frederic Joliot Curie era direttore dell’Istituto Curie uno dei più importanti laboratori scientifici del mondo e, assieme Irene Joliot Curie, nel 1935, vinse il premio Nobel per la chimica.
Diviene allievo di Jigoro Kano .
Nel 1934 fonda il primo jiu-jitsu Club di Francia e nel
1936 ottiene la prima cintura nera europea di judo (2° dan). Fonda il primo club di judo in Europa
Negli anni ‘40 Feldenkrais si ferisce nuovamente lo stesso ginocchio che s’era infortunato da giovane.
Subito dopo l’invasione tedesca di Parigi, fugge in Inghilterra.
Durante gli anni della guerra lavora in Inghilterra e Scozia come ufficiale e scienziato nel dipartimento di ricerca tecnica e scientifica del Ministero della Marina Britannica. Si trattava di un lavoro legato alla guerra anti-sommergibile. Collabora all’invenzione dei primi apparecchi di rilevazione sonora.
É in questo periodo che sviluppa il metodo.
Pubblica tre volumi, uno dopo l’altro sul judo, alcuni dei quali saranno ancora in circolazione quarant’anni dopo. Comincia ad insegnare nelle classi di formazione specificamente pensate per l’addestramento di allievi di judo. E proprio queste sue esperienze di applicazione delle idee del judo all’apprendimento del movimento, unite all’approfondita conoscenza della meccanica del corpo umano, saranno all’ origine delle sue celebri lezioni di movimento che avrebbero poi preso il nome di “Consapevolezza attraverso il movimento” (Awareness through movement – ATM).
Le incursioni nella psicologia , e in particolare nella psicanalisi, nella fase in cui egli stesso sisottopose ad analisi, continuarono negli anni della guerra, affiancate però dallo studio dell’anatomia e della neurofisiologia. Altre esperienze significative di questo periodo gli vennero dall’interesse per il lavoro di F. Mathias Alexander, inventore della tecnica Alexander e per la filosofia di Gurdjeff.
Era stato Alexander il primo a dimostrare come la postura del corpo non sia fissa ma possa essere permanentemente modificata e migliorata attraverso un insieme di pratiche specifiche.
Alcuni amici medici gli mandano dei casi senza speranza.
Nel 1949 viene pubblicato dall’editore Kegan Paul “Corpo e comportamento maturo” dove il suo lavoro viene esposto in maniera organica.

Sposa la pediatra Yona Rubenstein . Si trasferisce in Israele.
Nel 1950 è in Israele dove insegna le sue tecniche a Ben Gurion, primo ministro e fondatore di Israele. Diventa anche Direttore del Dipartimento Elettronico delle Forze di Difesa del Ministero della difesa israeliano.
1951 Collabora col Dipartimento di Psicologia dell’Università di Tel Aviv. Continua la sua ricerca sulla relazione mente-corpo che lo condusse alla teoria sui processi di apprendimento e sul funzionamento del corpo umano basato sulla conoscenza delle potenzialità profonde del sistema nervoso.
Dal 1950 al 1971 insegna A.T.M. a Tel Aviv in via A.Yanai con un primo gruppo di 13 allievi
La prima allieva fu Mia Segal .
1962 Inaugurazione dell’Istituto Feldenkrais a Tel Aviv, presente il primo ministro Ben Gurion.
Nel 1968-69 Feldenkrais assieme a F. Wurm trasmette alla radio svizzera per due anni delle lezioni di gruppo che più tardi saranno pubblicate su LP e poi su audiocassette.
Nel 1970 Feldenkrais. esce dall’anonimato ottenendo fama e riconoscimenti internazionali per i suoi lavori. Tra i suoi grandi estimatori ci sono l’antropologa Margaret Mead, il neuropsicologo Karl Pribram, Milton Erickson, Gregory Bateson. Un certo Kolmen Korentayer organizza per Feldenkrais dei seminari e delle conferenze in seguito ai quali F. poi comincerà ad insegnare negli USA.
1969-1971 tiene un primo corso sull’Integrazione Funzionale: vi partecipano 14 connazionali.
S. Shafarman dà il 1971 come il primo anno in cui Feldenkrais è negli USA.
Kolmen Korentayer organizzò per Feldenkrais conferenze e seminari negli USA. 1972 Seminario – della durata di un mese – di atm all’Istituto di Esalen in California.
1973 Corso di A.T.M. a Berkeley negli U.S.A. Il seminario tenuto ad Esalen venne ripetuto nello stesso luogo .
Seminario in francese a Parigi di Consapevolezza attraverso il movimento tenutosi al Théatre des Bouffes du Nord organizzato da Peter Brook.
1973-1975 Spinto da Franz Wurm (direttore dell’Humanistic Psychology Institute di San Francisco) che aveva deciso di scrivere un articolo sul suo lavoro, Feldenkrais decise di chiamare il suo sistema di lavoro individuale “Integrazione Funzionale” pensando all’Integrazione Strutturale di Ida Rolf che proprio allora stava diventando famosa negli Stati Uniti. Franz Wurm offre un incarico di Visiting Professor all’Istituto di Esalen.
1975: Corso di Integrazione Funzionale.
1975-77: FPTP a S. Francisco con 60-65 persone. ci sono anche gli assistenti che F. si porta da Israele. La formazione doveva durare 3 anni e ogni anno il corso durava 2 mesi seguito da 10 mesi di pausa. Poi F. decise di aggiungere un quarto anno per la pratica clinica con la supervisione del lavoro.
1977: Moshe tiene un workshop a New York. Pubblicazione del libro “Il caso di Nora”.
1979: Workshop di 5 giorni presso il Man Ranch nella California settentrionale la cui trascrizione ha dato vita al libro “The Master moves” (in italiano “Lezioni di movimento; sentire e sperimentare il Metodo Feldenkrais” – pubblicato negli Stati Uniti da Richard Bandler)
1980: 3° corso di formazione professionale ad Amherst (U.S.A.): ci furono 230 iscritti e Feldenkrais. insegnò solo ATM; non fece IF guidate quasi per tutti i primi due anni , e questo divenne il modello per le successive formazioni. Solo alla fine del 2° anno cominciò a guidare le IF.
F. tiene un seminario a New York nella sala da ballo dello Statler Hotel.
Ad Amherst, nonostante la salute precaria , all’età di 80 anni lavora dalle 60 alle 70 ore alla settimana: lezioni di IF alla mattina e di notte; di giorno insegnava nel corso. In una lettera autografa – dove Moshe accenna ad un ipotetico codice deontologico – compare la dicitura Feldenkrais Foundation Inc. e una lista di nomi che copongono il Board of Directors che sono: Peter Brook, Paul Le Percq, Louis Lipton, Margaret Mead, Yehudi Menuhin, Robert Muller, Gerard Nierenberg, Karl H. Pribram, Narciso Yepes.
1981 Ultimo anno in cui lavora negli USA.
1981 Viene pubblicato un articolo sulla rivista Smithsonian scritto da uno stimato autore scientifico (Albert Rosenfeld) in cui si parla di come Moshe riusciva ad aiutare i bambini affetti da paralisi cerebrale. Viene colpito a Zurigo da un’emorragia cerebrale. Viene successivamente operato.
1981 Conferenza di Feldenkrais sul suo lavoro a Mandala.
1982-1983 Feldenkrais si ammala: ematoma subdurale su entrambi i lati del cranio seguito da 2 infarti. Gli propongono un’operazione al cervello ma per non interrompere le sue attività continuò a lavorare fino al successivo infarto che lo stroncò.
Dopo essersi ammalato designò un gruppo di 9 persone che portasse avanti la formazione di Amherst. Utilizzarono dei nastri videoregistrati per l’insegnamento e questo fu il modello che in seguito venne utilizzato anche per le formazioni successive. In questi anni di malattia venne costantemente curato e seguito da Baruch, suo fratello.
Muore il 2 luglio in Israele a Tel Aviv.

L’Integrazione mente-corpo secondo Moshe Feldenkrais e il suo metodo (un Modello “generativo”)

Le componenti che hanno nutrito la personalità e la intellettualità di Moshe Feldenkrais sono molte : la sua cultura ebraica, la sua pratica di ricercatore, la sua formazione di fisico ingegnere, le sue conoscenze di neurofisiologia e di cibernetica, la sua pratica di arti marziali, la sua conoscenza di strategia militare, il suo interesse per la psicologia di E.Coué e per la filosofia hassidica, l’incontro con le personalità di G.I.Gurdijeff, di F.M.Alexander, Milton Erickson, di I.Rolf e sicuramente molte altre ancora che io ignoro e non riesco neppure a immaginare.
Vorrei in questa sede dare una visione «smaterializzata», per così dire, della comprensione del metodo Feldenkrais e chiarificare alcune delle sue componenti generative così come intuisco che Moshe l’aveva probabilmente concepito nel corso degli anni della sua vita .
E questo in parte per megalomania e in parte perché sento la necessità di uscire dalla «trappola del già detto», la voglia di capire da dentro, di reinventare il mio ruolo di insegnante Feldenkrais e la mia essenza di persona.
Comincerò con una citazione che riguarda il problema della conoscenza .
La prima naturalmente da Feldenkrais: «la nostra conoscenza (…) è soltanto una misura della nostra ignoranza della Realtà, una sfida al nostro futuro» (« Le basi del metodo per la consapevolezza dei processi psicomotori », ed.. Astrolabio,1991 , p.87).
In quel che segue si deve vedere il limite, il paradosso della conoscenza, intrinseco alla stessa consapevolezza di sapere: «sappiamo di sapere ma non sappiamo di non sapere » come dicono Maturana e Varela.
Nelle indagini sul funzionamento dei sistemi viventi il soggetto pensante si identifica con l’oggetto pensato.
« Noi siamo i registi ma anche il soggetto del film che stiamo guardando» come dice Oliver Sacks.
Il riconoscimento di questa circolarità conoscitiva implica l’accettazione del principio che, per quanto riguarda questo tipo di indagini , non si possono conoscere «fatti » e «oggetti » come se esistessero fuori di noi «in quanto soggetti », ma che l’esperienza (osservatore), la rappresentazione dell’atto precettivo senso motorio stesso (cosa osservata) e la relazione che si viene a costituire (atto di osservazione) stimolano l’esistenza di ciò che conosciamo in una sorta di riunificazione tra realtà esterna e mente cosciente, una sorta di «esse est percepi ».
Da cui il radicale cambiamento di punto di vista per cui «comprendere un essere vivente significa comprendere le relazioni che devono aver luogo perché esso esista come unità, e l’insieme di tali relazioni viene definito organizzazione ». (Mauro Ceruti prefazione al libro di Maturana e Varela « L’albero della conoscenza », ed.Garzanti, 1987 , p.13 )
Cio’ significa riposizionare il problema della conoscenza all’interno dell’unità tra osservatore, cosa osservata e atto d’osservazione.
Questo è il senso dell’accoppiamento mente e corpo.

Feldenkrais era convinto della realtà oggettiva dell’unità mente corpo e della conseguente possibilità di «ottenere un aumento della velocità e della chiarezza del pensiero mediante la riduzione della estensione dei movimenti corporei e con un maggiore affinamento delle capacità di controllo muscolare ».
Ecco allora che la funzione motoria diventa parte integrante non solo delle funzioni cosiddette superiori come scrivere, cantare, dipingere, ma anche di attività che oggi definiremmo cognitive ed emotive quali pensare in termini matematici, percepire, provare sentimenti, amare.
Come diceva Feldenkrais affrontare questo sistema tramite il corpo è più facile: l’espressione muscolare scheletrica è più concreta e più facile da localizzare e pertanto essa dà risultati più rapidi e più diretti.
«Un cervello senza corpo non può pensare ».
Ma come arrivare a conseguire un simile risultato di chiarificazione delle funzioni cognitive attraverso movimenti corporei ?
Il più grande agente sabotatore dell’ apprendimento è non sapere o non avere la consapevolezza di quello che già si fa.
Ciò che impedisce l’espansione della nostra esperienza e il reale apprendimento che ne consegue è per esempio la tendenza a voler conoscere l’obiettivo, a voler conoscere la direzione in cui si va in anticipo. In realtà avere uno scopo dettato dalla volontà per poter scegliere la direzione più coerente con quello scopo riduce le scelte del possibile sulla base della nostra auto-immagine, del nostro sistema di credenze, di conoscenze, delle nostre aspettative, delle nostre ansie eccetera.
Per rompere questo circolo vizioso, nell’esperienza che si fa attraverso il metodo, ma forse anche nella vita, non resta che abbandonarsi all’avventura dell’istante presente, del qui ed ora basandosi sul principio che ogni momento lo scopo è raggiunto.
L’atteggiamento di partenza sembra allora essere quello di lasciare la compulsione a raggiungere lo scopo che ci si è prefissi, o a trovare uno scopo di sostituzione se il primo ci sembra irraggiungibile e porre invece l’attenzione sulle «rotture di continuità», le cosiddette «nuove esperienze impreviste ».

Le rotture di continuità sono le diversità, le sfide, gli imprevisti, le cadute, le casualità.
I veri cambiamenti o le vere scoperte infatti sono casuali, le cose succedono a dispetto della coscienza che ne abbiamo.

Come racconta la collega Franca Losi nella prefazione a «Il corpo e il comportamento maturo » in occasione di un suo seminario a New York nel 1980 Feldenkrais spiegava che «noi non ci conosciamo.Anzi…il modo in cui ci conosciamo non ci permette di avere un reale controllo su noi stessi. Vi accorgerete che sono le vostre gambe, o la vostra schiena , a dettarvi l’azione. Non siete voi che agite, ma i vostri dolori, i vostri mali, le vostre inabilità, vecchi apprendimenti che non sapete nemmeno quali siano : ecco chi detta le vostre azioni. »
Il problema è che l’immagine che abbiamo di noi stessi ha la tendenza a mantenere la sua configurazione costante e crea l’illusione della certezza.
Siamo così abituati al nostro modo di fare, alle nostre acquisizioni, al nostro equilibrio in campo gravitazionale, la consapevolezza che ne abbiamo è che così « continua » che fintanto che non c’è una interruzione delle informazioni di orientamento esso viene percepito come normale o non viene percepito affatto. Di fatto ci muoviamo senza sapere cio’ che facciamo.
L’ignoranza, la superstizione, l’incoerenza, per non dire l’idiozia orientano la maggior parte delle nostre azioni.
Il primo passo del processo di costruzione della consapevolezza consiste dunque nel rompere questo “continuum” , nel costituire delle abitudini consapevoli suscettibili tuttavia di essere rapidamente cambiate con altre più efficaci se l’esperienza ne dimostra il limite, la non utilità.
«Quando sai quello che fai, la tua azione migliora da sola » diceva Moshè solo perché il coinvolgimento cognitivo nell’azione stessa è cambiato, allora la stessa azione cambia.
In questo senso dunque una volta diventati consapevoli di quello che già si fa ogni apprendimento ulteriore diventa possibile in quanto «diverso da » , perché diventa una scoperta dell’ignoto che si basa su un’esperienza di cambiamento su una rottura della continuità, su una differenza.
Sperimentare, provare, correre il rischio, confrontare permette di sentire nell’esperienza il più facile, il più rapido, il più sicuro, il più economico, il più efficace attraverso la differenza, il paragone con l’effetto prodotto da altre configurazioni possibili più o meno pertinenti rispetto allo scopo da raggiungere in quel momento o al limite alla sopravvivenza.
Tutto cio’ arricchisce il modello di distinzioni e in questo senso scoprire la differenza equivale a imparare.

Imparare è arricchire il modello di distinzioni, differenziare attraverso operazioni di confronto basate sull’esperienza di ciò che è piacevole rispetto a ciò che non è piacevole, di confronto fra quello che succede se funziona rispetto a ciò che succede se non funziona nell’istante presente, all’interno della previsione del momento o anche del caso, in un gioco infinito di possibilità in relazione alla gravità.

Più che mai nel metodo Feldenkrais ciò che conta è osservare quello che succede quando hai deciso di dimenticare di seguire gli itinerari conosciuti come se l’esperienza fosse ignota, casuale.
Come la recente letteratura sull’argomento asserisce (Maturana e Varela, Bateson, Berthoz) la capacità di stabilire relazioni, di fare previsioni, fare confronti sembra costituire infatti l’attività fondamentale del cervello che sembra strutturato per assicurare la stabilità, la conservazione, l’equilibrio, l’identità, la sopravvivenza proprio attraverso l’utilizzazione di un meccanismo di confronto, il meccanismo dei meccanismi.
In questo senso il metodo Feldenkrais rappresenta il corpus di esperienze di confronto fra « errori corretti » più ricco, più efficace e più completo che si possa fino ad oggi utilizzare allo scopo di stimolare la corteccia motoria a configurare reti di differenze sempre più ampie e flessibili.
Aumentando la nostra sensibilità che permette al cervello di percepire rapidamente le differenze, di scoprire le lacune, come pure di riconoscere gli errori e quindi di « correggerli » , se non addirittura di prevederli e di evitarli, gli permettiamo di funzionare per come sembra che sia portato a fare: ripristinare coerenza attraverso operazioni di confronto e mantenere costante la sua organizzazione interna.
Il metodo Feldenkrais è il solo il corpus di configurazioni di movimento che permette di diventare consapevoli di una differenza esperibile in termini di una deficienza, di una lacuna, di una cancellazione, di una sotto utilizzazione, di una atrofizzazione o di una abitudine non- “coscientizzata” e di sostituirla o colmarla o completarla con una esperienza più efficace e soddisfacente stimolando il cervello
– a riconoscere la differenza , il « diverso da » , il “non- qualche cosa”,
– a riorganizzare queste differenze in una esperienza coerente rispetto alla gravità,
per poi integrare il risultato in una auto- immagine funzionale via via meno costosa in termini di impiego di risorse e più completa di possibilita’, in una rete di differenze più riccamente interconnessa, più organizzata, più plastica, piu’ efficace per la sopravvivenza .
Il solo scopo è facilitare e rendere più soddisfacente l’uso che si fa di se stessi.
L’ espansione dell’ auto- immagine è data dalla consapevolezza dell’azione che si compie e dalla percezione del cambiamento possibile, dalla distinzione dell’abituale attraverso la differenza con la nuova esperienza diversa , dalla “coscientizzazione” della reazione di fronte all’inabituale legato a un’ esperienza senso- motoria spiazzante, inattesa o imprevista.
Quanto più ampi e vari sono i contesti e le esperienze in quei contesti tanto più alto è lo stimolo per il cervello a porsi nuove domande , a esplorare nuove possibilita’ fino ad allora ignote per creare nuove risposte soddisfacenti in termini di comodità, piacere, efficacia, economia, di pertinenza ad ogni situazione contestuale.

Nella prospettiva per così dire «classica » dell’insegnamento del metodo si parla di « diplomazia neurologica » ma sarebbe più corretto parlare invece di «strategia neurologica ».

Essa consisterebbe in primo luogo nell’aumentare la varietà degli itinerari sperimentabili collegandoli tra loro in modo via via piu’ certo senza ambiguità, in un certo numero di scelte possibili che vanno ad esempio :
– dal semplice al complesso
– dal generale al particolare
– dal dettaglio all’insieme
– da sinistra a destra
– da sotto a sopra
eccetera eccetera e viceversa, andando attivamente con lo schema di resistenza e sempre attenti alla risposta della gravità.
Ne risulta un modello di distinzioni che può essere ulteriormente arricchito secondo altre strategie possibili in un gioco pressoché infinito di modalità:
– provo a caso
– provo basandomi sull’esperienza del passato
– provo tutto quello che funziona
– faccio consapevolmente ciò che non so di fare già
– provo tutto quello che non funziona
– uso l’incongruenza
– uso i trabocchetti
e così via all’infinito.
Tuttavia il metodo Feldenkrais non è solo esperienza di movimenti e conoscenza di una sommatoria di configurazioni, operazioni (manovre), di processi che permettono di stimolare la differenziazione. Non è solo un corpus di differenze percepibili e di descrizione di esse attraverso il linguaggio, quindi trasmissibili.
Consiste anche di strategie per ottimizzare l’interconnessione della rete di differenze all’interno di un sofisticato sistema di controllo «la migliore struttura sulla terra »,il metasistema per cosi’ dire. [Simona Millozzi, Insegnante del Metodo Feldenkrais AIIMF, www.acmf.it ]