Feldenkrais

Facilitare il ri-apprendimento psico-fisico

Feldenkrais
di Luigi Gerardi, Trainer PNL certificato da R.Bandler, consulente aziendale

Capita sempre più spesso che nei percorsi formativi comportamentali nel mondo aziendale e nella Pubblica Amministrazione i partecipanti, siano essi impiegati, quadri o dirigenti, riportino l’esperienza dello “stress” come causa della mancanza di concentrazione e di presenza a sé stessi ed al proprio compito.
Generalmente tale stress viene vissuto come impedimento ad applicare strategie efficaci di Comunicazione, Orientamento all’utente/cliente e al Cambiamento.
In questi dieci anni di studio e applicazione delle tecniche neurolinguistiche di ri-apprendimento ho cercato di approfondire, sempre di più, quelli che sono stati, e sono i Modelli, da cui apprendere una “procedura” di cambiamento rapido ed a cui lo stesso Richard Bandler (creatore della Programmazione Neuro Linguistica) si è ispirato.
Storia particolare e “sui generis” quella della PNL. Probabilmente ai più suonerà strano, che un informatico (Bandler) possa apprendere da un ipnoterapeuta (Milton Erickson), da un’esperta di terapia familiare (Virginia Satir) e da un fisico (Moshe Feldenkrais) e da altri, tante tecniche da sviluppare una metodologia propria(!), ormai diffusa in tutto il mondo.
Bandler, in quanto informatico e programmatore, era esperto in “procedure”, perché un programma, un software, non è altro che una procedura, una “sequenza di istruzioni”.
Uno dei Modelli di Bandler, Moshe Feldenkrais, ha dedicato la sua vita ad insegnare quello che ha chiamato metodo della “consapevolezza attraverso il movimento”, oggi utilizzato per il benessere e la riabilitazione.
Egli credeva nell’”ottimismo biologico” ed, esattamente come Milton Erickson, nelle inesauribili risorse interne a cui la persona può attingere per ottenere il miglioramento desiderato.

Un principio che Richard ha appreso “modellando” Feldenkrais è “Sentire il corpo in modo diverso”, quel corpo attraverso cui proviamo anche la sensazione di stress, che, poi, si esplicita nella mancanza di concentrazione, nella respirazione accelerata, nella sudorazione delle mani, o altri effetti, acuiti dal pensiero che “non siamo più concentrati”, che “lo stress sta aumentando” o lo stress “sta ritornando lo stesso di situazioni simili, vissute solitamente”.
Come fare allora a imparare asentire in modo diverso”?
Per prima cosa: essere consapevoli di quali sono le sensazioni attraverso cui sentiamo.
In altre parole: qual è  esattamente la “sensazione scatenante” dello stress.
Per esempio per uno sportellista che si innervosisce e poi entra in ansia dopo “aver visto… la solita fila di venti persone”, Gli/Le si può chiedere di recuperare un momento in cui la fila diventa una visione rilassante (ad es. al termine dell’orario di sportello), oppure sfuocare l’immagine delle altre persone oltre le prime tre…/cinque. Oppure immaginare uno schermo di plexiglas che separa gli altri utenti da quello che egli/lei sta seguendo. E poi “ancorare”, cioè agganciare questo “stato interno” di utilizzo appieno delle proprie risorse,  all’immagine stessa o al suono del respiro, ora più calmo.
Ma ancora più incisivo è creare uno spostamento verso altri tipi di sensazioni (canali sensoriali) che “scateni” il rilassamento.
Quindi, per coloro che privilegiano le sensazioni cinestesiche (tutte quelle che percepiamo direttamente attraverso tatto, olfatto e propriocezione) si può provare a “spostare” il suo sentire dalle sensazioni “corporee” a quelle visive, ad es. con una “visualizzazione creativa”.
Possibile che si possa risolvere o attenuare un problema con una modalità così semplice?
In realtà, dobbiamo ammettere che è proprio della nostra cultura, ancora per molta parte “determinista”, pensare che effetti complessi possano essere risolti necessariamente attraverso soluzioni altrettanto complesse o con la ricerca, sicuramente complessa, delle cause ultime.
Un insegnante del metodo Feldenkrais, osservandomi sdraiato su una tavola di legno, mi ha domandato quale parte del corpo sentivo poggiare di più (la destra) e, subito dopo, mi ha chiesto di appesantire l’altra (la sinistra), questo, poi, mi ha spiegato serve a riequilibrare la postura. Uscendo da quella stanza, dopo tre quarti d’ora di “lezione”, ho ringraziato la genialità di Feldenkrais, la genialità di un fisico (neppure un medico) che mi ha insegnato un nuovo modo di sentire, di camminare, di stare più eretto, di “sentirmi” a cui prima non avevo pensato, perché non l’avevo “provato”.
Così hanno potuto sperimentare anche coloro che hanno messo in atto quegli esercizi di flessibilità citati più sopra: un nuovo modo di sentire per ottenere effetti nuovi, inaspettati, semplicemente perché mai “provati” prima (e “troppo semplici” rispetto al problema!).
Ecco perché Feldenkrais affermava: “Ciò che voglio ottenere non è la flessibilità del corpo, ma quella della mente”.